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La storia dell’austerità novembro 18, 2010

Posted by armonyax in Política Internacional, Traduzione.
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La recente riunione del G20 a Seul è stata un fallimento totale. Al punto da diventare imbarazzante per la perdita di credibilità degli USA, la presunta economia più sviluppata del mondo, e per il modo in cui hanno provato ad accusare la Cina di comportamenti monetari che alla fine sono protezionisti quanto quelli statunitensi. La riunione ci ha mostrato che “l’ordine” economico-finanziario creato alla fine della Seconda Guerra Mondiale e già fortemente colpito dopo gli anni ’70 sta per crollare e si prevede l’emergere di conflitti commerciali e monetari gravi. Però curiosamente queste divergenze non producono echi nell’opinione pubblica mondiale; invece, un po’ ovunque i cittadini sono bombardati dalle stesse idee di crisi, di momento di austerità e di sacrifici ripartiti. Bisogna analizzare cosa si nasconde dietro quest’unanimità.
Chi ritiene come realtà ciò che gli è servito come tale dai discorsi delle agenzie finanziarie internazionali e dalla gran maggioranza dei governi nazionali nelle diverse regioni del mondo tenderà ad aver sulla crisi economica e finanziaria e sul modo in cui agisce sulla sua vita le seguenti idee: tutti siamo colpevoli della crisi perché tutti noi, i cittadini, le aziende e gli Stati, viviamo dalle nostre proprietà e ci indebitiamo in eccesso, quindi i debiti devono essere pagati e lo Stato deve dare l’esempio. Siccome aumentare le imposte aggraverebbe la crisi, l’unica soluzione sarà tagliare le spese dello Stato riducendo i servizi pubblici, licenziando funzionari, riducendo i loro salari e eliminando prestazioni sociali. Siamo in un periodo di austerità che colpisce tutti e per affrontarla dobbiamo sopportare l’amaro sapore di una festa in cui ci siamo rovinati ed ormai è finita. Le diverse correnti ideologiche non contano più, ciò che conta è l’imperativo di salvezza nazionale e i politici e le politiche devono ritrovarsi in un ampio consenso che va proprio al centro dello spettro politico.
È assai evidente che questa “realtà” costituisce un nuovo senso comune. E, comunque, è solo reale nella misura in cui nasconde un’altra realtà di cui il cittadino comune ha, se va bene, un’idea vaga, che reprime per non essere chiamato ignorante, poco patriottico oppure pazzo. Quest’altra realtà ci dice quanto segue: la crisi è stata provocata da un sistema finanziario fangoso, sregolato, assurdamente redditizio e assai potente, nel momento in cui scoppia e provoca un immenso buco finanziario nell’economia globale, nel riuscire a convincere gli Stati (e dunque i cittadini), a salvarlo della bancarotta ed a riempire le sue casseforti senza che gli siano poste condizioni. Dopodiché gli Stati già indebitati si indebitano di più e sono costretti a ricorrere al sistema finanziario che avevano appena salvato; esso, perché le regole del gioco non sono ancora state cambiate, ha deciso che presterà i soldi solo a condizione che gli rendano profitti favolosi fino alla prossima esplosione. La preoccupazione dei debiti è importante, però se tutti sono indebitati, le famiglie, le aziende e lo Stato e nessuno può spendere, chi andrà a produrre, a creare posti di lavoro ed a restituire la speranza alle famiglie?
In questo scenario il futuro inevitabile è la recessione, l’aumento della disoccupazione e la miseria di quasi tutti. La storia degli anni Trenta ci dice che l’unica soluzione è questa: lo Stato deve investire, creare posti di lavoro, tassare i super ricchi, regolare il sistema finanziario. E chi parla dello Stato, parla dell’insieme di Stati, come l’U.E. ed il Mercosur. Solo così l’austerità sarà per tutti e non soltanto delle classi lavoratrici e medie che più dipendono dei servizi dello Stato.
Per quale motivo oggi questa soluzione non sembra possibile? Per una decisione politica presa da chi controlla il sistema finanziario ed, indirettamente, gli Stati. Consiste nell’indebolire ancora di più lo Stato, liquidare lo stato del benessere laddove ancora esiste, debilitare il movimento operaio al punto di costringere i lavoratori ad accettare dei lavori in condizioni e con guadagni unilateralmente imposte dai padroni. Siccome lo Stato tende ad essere un datore di lavoro meno autonomo e le prestazioni sociali (sanità, educazione, pensione e previdenza sociale) sono fornite tramite servizi pubblici, l’attacco deve essere centrato sulla funzione pubblica e su quelli che dipendono di più dai servizi pubblici. Per quelli che in questo momento controllano il sistema finanziario è prioritario che i lavoratori smettano di esigere una parte decente del reddito familiare aggregato, e perciò è necessario eliminare tutti i diritti che hanno conquistato dopo la Seconda Guerra Mondiale. L’obiettivo, per l’appunto, è tornare alla politica di classe pura e dura, ossia al Novecento.
La politica di classe conduce inevitabilmente al confronto sociale e alla violenza. Come mostrano bene le recenti elezioni negli USA, la crisi economica, invece d’impedire che le divergenze ideologiche vengono risolte nel centro politico, le aggrava e le spinge verso gli estremi. I politici centristi (inclusi i politici che si ispirano alla socialdemocrazia europea) sarebbero prudenti se pensassero che nel modello ormai dominante non vi sono posti per loro. Nell’abbracciare questo modello stanno per commettere un suicidio. Dobbiamo prepararci per una profonda ricostituzione delle forze politiche, per la reinvenzione, la riforma politica e la rifondazione democratica dello Stato.

Boaventura de Sousa Santos è sociologo e professore emerito della Facoltà di Economia dell’Università di Coimbra (Portogallo.)
Fonte: http://cartamaior.com.br/templates/materiaMostrar.cfm?materia_id=17188

Traduzione: Allen Ferraudo
Revisione: Davide Cavanna

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